Edgar Rice Burroughs nei fumetti

Articolo-di-Giovanni-Luisi3tarzan-coverQuand’ero bambino i varchi per il mondo della fantasia erano limitati. Negli anni ’70 la televisione era a due canali in bianco e nero, ma offriva comunque occasioni di viaggiare in paesi Mitici e Avventurosi, soprattutto quando andavano in onda i film di Tarzan. I miei preferiti erano quelli con Johnny Weissmuller, Lex Barker e Ron Ely (che era anche il protagonista della serie dei Telefilm) perché l’Africa Misteriosa che descrivevano era poco “storica” e molto “fantasy”, con città e civiltà perdute, mostri preistorici e torme di cattivi che Tarzan sbaragliava a mani nude o poco più. Ci fu poi una bella serie a cartoni animati superbamente disegnata, una delle migliori dell’epoca, ispirata alla Striscia sindacata di Russ Manning, prodotta dalla Filmation e in parte prodotta in Rotoscope (come il Signore degli Anelli).

Tarzan sta all’origine di molti epigoni che amo (a partire da Zagor-Te-Nay di cui ho già parlato) e siccome stravedo per i fumetti dalla più tenera età da piccolino collezionavo anche i Tarzan a fumetti.

Tarzan CoverAll’epoca sapevo poco o niente di Edgar Rice Burroughs ma la Editrice Cenisio pubblicava splendidi albi, giganti e non, con le avventure di Tarzan, che mio papà e mio zio mi “allungavano”, regalandomi sogni a fumetti che sono rimasti stampati per sempre nella mia memoria. I miei favoriti erano quelli realizzati da tre autori in particolare: il Tarzan di Russ Manning (che faceva volti di donna meravigliosi), quelli a colori di Joe Kubert e le tavole domenicali dell’Immenso Burne Hogarth, che riproducevano fedelmente gli episodi più appassionanti della lunga saga di Tarzan. Nel volume che Mondadori dedicò a questo specifico e bellissimo Tarzan nei primi anni ‘70 scoprii maggiori dettagli sul creatore del personaggio, dettagli che “da grande” mi tornarono in mente per gli strani paralleli che vorrei si realizzassero nella mia vita.

Si perché, fino a 37 anni, Edgar Rice Burroughs non aveva trovato la sua strada: aveva fatto mille mestieri, dal Cavalleggero (nel famoso 7° Cavalleria che era stato di Custer) al venditore ambulante, dal Cowboy al commesso di Drugstore, dal cercatore d’oro al poliziotto ferroviario. Poi nel 1912, depresso e pericolosamente vicino al suicidio come il nostro conterraneo Salgari (e guarda caso, nello stesso anno) scrisse sotto pseudonimo un romanzo d’avventura destinato a dargli fortuna: Under the Moons of Mars, la prima storia di John Carter.

300-b-hogarth-tarzan-3Incoraggiato da questo primo successo egli nel 1914 creò, ispirandosi moltissimo a Mowgli del “Libro della Giungla”, il personaggio destinato a dargli la fama mondiale: Tarzan delle Scimmie. Questo, ovviamente, è il segreto desiderio di ogni scrittore: arrivare al successo anche tardivo con uno o più personaggi che rimangano poi per lungo tempo nell’immaginario collettivo, lanciando una vera e propria moda.

Il livello di ciò che scriveva Burroughs era assai variabile, dall’originale e appassionante al noioso e ripetitivo, ma la sua fantasia sembrava inesauribile come quella del suo illustre successore, Robert E. Howard: alla Saga di Tarzan (oltre 25 libri) e di John Carter/Barsoom egli aggiunse Carson di Venere e David Innes, protagonista di storie nella terra cava di Pellucidar (e primo esempio di Cross-Over all’americana, dato che in Pellucidar finirà per andarci anche Tarzan e suo figlio Korak). Tutte queste serie hanno avuto negli anni ’70, momento di massimo interesse per l’opera di Burroughs, degne trasposizioni fumettistiche, col pregio di migliorare e aggiornare lo stile di Burroughs a sensibilità più moderne e attuali.

Si perché, mi duole dirlo, la prosa di Burroughs è molto “datata” ed i suoi eroi assai monocromatici, specialmente John Carter. Il fatto che la gravità di Marte sia inferiore a quella della Terra permette al nostro Cavalleggero in fuga dagli Indiani di essere un vero e proprio “supereroe” antelitteram su Marte/Barsoom (in questo, il film della Disney è rimasto molto fedele all’originale). Le donne di Burroughs, da Jane Porter a Deja Thoris sono tutte bellissime, ma anche molto “Damsels in Danger”, spesso inermi in attesa di essere salvate dal proprio eroe. Una combinazione che può non piacere ai lettori “scafati” dei giorni nostri, abituati ad eroi imperfetti e a donne combattive.

I fumetti di Tarzan sono, come dicevo, invece filtrate da sensibilità più moderne, anche perché all’epoca la capacità di controllo di Burroughs e dei suoi eredi era lungi dal raggiungere i livelli paragonabili a quelli della Tolkien Enterprises dei giorni nostri. Soprattutto il fumetto di Joe Kubert è considerato uno dei picchi della sua sterminata produzione (l’artista scriveva anche i testi, adattando i racconti ed i libri di Burroughs). Gaylord DuBois (omaggiato da Danny Kaye nel bellissimo “The Secret Life of Walter Mitty” o “Sogni Proibiti”) scriveva invece i testi per Burne Hogarth (che ha uno stile Michelangiolesco inconfondibile) e Russ Manning (degno erede della scuola Raymondiana). Prima del Conan di Howard (e poi di Roy Thomas, Barry Windsor Smith e John Buscema) il fantasy a fumetti era quindi appannaggio di Tarzan e più in generale delle trasposizioni a fumetti degli eroi di Burroughs. Dapprima furono le Comic Strip, ovvero le strisce “sindacate” dei giornali (Hogarth e Manning) poi i veri e propri Comic Book all’Americana (soprattutto della DC Comics con Joe Kubert) a dare lustro e fama all’opera di Burroughs.

11990579_10206346627096464_3769334627934517631_nLe serie a fumetti di Tarzan di Kubert e Hogarth sono state recentemente ristampate in Italia dalla Magic Press (soprattutto per la fama dei disegnatori, più che per quella del personaggio, che ormai non fa più parte dell’immaginario collettivo). Peggior sorte è invece toccata alle belle serie anni ‘70 su Pellucidar e su John Carter: le serie a fumetti della Cenisio sono difficilmente trovabili e hanno un valore elevato, al di là delle tasche dei più. Nei paesi anglosassoni Burroughs ha conservato maggior appeal e in anni più recenti la Dark Horse (editore di HellBoy) ha provato a produrre nuove opere a fumetti sul suo materiale di Burroughs, sebbene il successo e la qualità di questi albi non siano neanche lontanamente paragonabili alle opere precedenti. Il tentativo, legato al “reboot” cinematografico (Il film di John Carter è stato purtroppo un vero e proprio bagno di sangue per la Disney, che ha rinunciato ad eventuali seguiti) ha però dato la possibilità di avvicinare ai mondi immaginari di Burroughs due grandi artisti contemporanei. Uno è Frank Cho, che molto deve del suo stile a Frank Frazetta, l’altro è Mark Schultz, autore di “Cadillac and Dinosaurs”, che per ambientazione e temi ricorda molto i mondi creati da Burroughs.

Giovanni Luisi