Lingue antiche e fantastiche: L’alfabeto Ogamico

Lavinia PinelloPREMESSA

Cominciare dall’A B C è un buon modo di iniziare la scrittura di un articolo no? E nessuno di noi può negare che la parola scritta è forse uno dei mezzi più potenti creati dall’essere umano; attraverso di essa vengono trasmesse le culture, attraverso questa vengono veicolati segreti, sogni , magie, emozioni e tutta quella ricchezza che ogni essere umano è in grado di trasmettere nel tempo ai suoi simili. La scrittura svela ciò che è nascosto persino da se stessa, e la sua mappa rivelatrice sono gli alfabeti. Ogni libro fantasy spesso fa riferimento a nuove lingue e scritture create ad hoc che vengono mutuate da alfabeti esistenti e alle volte poco conosciuti. Questa piccola rubrica, che non intende assolutamente essere una rubrica da linguisti, vuole lasciare spazio alla possibilità di curiosare e lasciarsi affascinare da questi alfabeti e chissà, anche lasciarsi ispirare per crearne di nuovi ricalcandoli su di essi.

clip_image002ALFABETO OGAMICO

L’inventore di tale metodo di scrittura era Ogma dei Túatha Dé Dánann, e da lui l’alfabeto si era chiamato ogam

L’alfabeto ogamico o Ogham craobh o semplicemente Beth-Luis-Nion (antico irlandese: Ogam.) cominciò ad essere usato nelle iscrizioni pubbliche solo con il declino del druidismo: prima di allora erano protette da un rigoroso segreto e i druidi le usavano per scambiarsi messaggi cifrati. Di questo alfabeto restano circa cinquecento iscrizioni epigrafiche trovate in Irlanda, Scozia, Galles e Inghilterra, datate tra il IV e il VII secolo. Si tratta per lo più di stele funerarie, riportanti nomi e luoghi.

Le iscrizioni sono in forme arcaiche di gaelico e pittico e presentano grossi problemi di interpretazione. Solo eccezionalmente troviamo iscrizioni in ogam nei manoscritti medievali, e l’esempio più notevole sono le Glosse del Prisciano di San Gallo (IX sec.).

L’alfabeto ogamico era composto di 20 lettere, divise in quattro gruppi di cinque. Ogni gruppo consisteva in una serie crescente di tacche parallele, da una a cinque.

Le prime tre serie consistevano di consonanti. La quarta di vocali. Dunque 15 consonanti e 5 vocali in tutto.

La prima serie di cinque tacche veniva praticata sul lato sinistro dello spigolo. La seconda sul lato destro. La terza su entrambi i lati, con tacche oblique. Anche la quarta veniva praticata su entrambi i lati, con tacche perpendicolari allo spigolo.

Di queste, esistono due versioni: una che parte da Nord (terra degli Avi) e giunge a Sud, (l’origine della Luce); l’altra che parte da Est (la Primavera, la rinascita) e giunge ad Ovest, (terra dell’Altromondo – il passaggio delle Anime). Ogni singola lettera può rappresentare non solo gli Alberi, ma anche gli Animali, i Minerali, gli Dei, i Colori, le Note Musicali, e tutto quanto è parte integrante del Mondo “Sensibile”.

Ogni lettera prendeva il nome da un albero o da un arbusto di cui era l’iniziale.

L’ordine o la trascrizione dei suoni diverge a seconda della fonte a cui si fa riferimento, anche peché non vi è identità di vedute tra i vari studiosi di questa scrittura. Tra le varie serie proposte, diamo qui quella di MacAllister, accettata dalla maggior parte degli specialisti:

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In epoca più tarda (forse dai monaci cristiani che si ritrovarono a gestire la morente eredità celtica) vennero aggiunte, alle venti lettere, cinque lettere aggiuntive a indicare particolari dittonghi o combinazioni vocaliche:

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Si può ancora citare un particolare ornamento che veniva posto, soprattutto nell’ogam scritto, all’inizio e/o alla fine del rigo, il cosiddetto eite o “penna”, che poteva avere anche la funzione di indicare il senso di scrittura. All’inizio si poneva l’eite o “penna” semplice, alla fine l’eite thuathail o “penna inversa”.

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Di questo alfabeto esistevano anche versioni mute. Pare che le quattro serie di cinque caratteri rappresentassero le dita usate in una sorta di linguaggio di segni: le lettere corrispondevano alle punte, alle due giunture e alle basi delle cinque dita e per formare qualunque parola era sufficiente toccare sulla mano sinistra i punti corrispondenti alle lettere usando l’indice della mano destra. Dunque il numero di tacche di ciascuna lettera corrispondeva a un dito (una tacca il pollice, due tacche l’indice, e via dicendo), mentre il tipo di tacche indicava la posizione della lettera sul dito. Il Libro di Baile an Mota parla di un «ogam delle gambe» [cos-ogam], nel quale il segnalatore era seduto e usava come riga lo stinco appoggiandovi sopra le dita a mo’ di tacche; nell’«ogam del naso» [sron-ogam] si usava allo stesso fine il naso.

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Secondo alcune interpretazioni di certi moderni studiosi che cercano di comprendere le antiche dottrine druidi – talvolta a costo di inventarle di sana pianta – l’alfabeto ogamico sarebbe stato in relazione con una sorta di antico calendario formato da tredici mesi lunari (simboleggiati dalle consonanti) più cinque giorni intercalari (le vocali). Da un’attenta analisi dei testi gnomici e sapienzali degli antichi gallesi, il poeta e scrittore Robert Graves ha quindi ricavato questo calendario arboreo:

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Lavina Pinello