Recensione Fantasy: “Ricordi di Un Hobbit” di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco

Recensione di Massimiliano Gobbo[3]ricordi di un hobbitSono trascorsi quindici anni dalla partenza di Frodo e Gandalf dai Porti Grigi, salpati sulle navi degli Elfi verso il Vero Occidente. Un ciclo si chiude, ma sarà ancora lunga l’attesa prima che se ne apra un altro. Sam Gangee è sindaco di Hobbiville e la figlia adolescente Elanor gli pone domande come spesso si fa agli anziani per scoprire la loro giovinezza, il mondo che hanno conosciuto, le avventure che hanno vissuto, tutte cose di cui non amano parlare.  I figli non vanno delusi e Sam risponde ripercorrendo con l’emozione più che con la ragione i pericoli che ha corso, i mostri che ha incontrato, le meraviglie che ha visto, le sofferenze che ha patito. È con un pianto, più che con un grido, che volge al termine l’Età di Mezzo. Il mondo si trasforma: ma i fiori sono sempre gli stessi, sempre la stessa è la voce del vento nella foresta, le stelle brillano sempre nel cielo come gemme d’argento. Si chiude la Terza Era, declinano gli dèi e gli eroi, e sorge l’uomo, solo con la nuda spada nel suo pugno.

Titolo: Ricordi di Un Hobbit | Autori: Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco | ISBN-978-88-7475-461-8 | Pagine: 56 + 8 ill. | Prezzo di Copertina: € 8,00 | Copertina di Dalmazio Frau

Se c’è tra le numerose novità editoriali una che non dovrebbe assolutamente mancare nella libreria d’un appassionato del genere fantasy, questa è Ricordi di un Hobbit di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco libro edito da Tabula fati. Si tratta d’un testo drammaturgico – già rappresentato in teatro – con presentazione di Quirino Principe (colui che portò nel 1970, con Alfredo Cattabiani e Elémire Zolla, l’opera di Tolkien nel nostro Paese), e postfazione di Stefano Giuliano (altro noto esperto in materia). Una pièce di notevole spessore letterario a firma di due trai massimi conoscitori dell’universo fantastico del grande narratore britannico.

Sono trascorsi quindici anni dalla partenza di Frodo e Gandalf dai Porti Grigi, salpati sulle navi degli Elfi verso il Vero Occidente. Un ciclo si chiude, ma sarà ancora lunga l’attesa prima che se ne apra un altro. Sam Gangee è sindaco di Hobbiville e la figlia adolescente Elanor gli pone domande come spesso si fa agli anziani per scoprire la loro giovinezza, il mondo che hanno conosciuto, le avventure che hanno vissuto, tutte cose di cui non amano parlare.  I figli non vanno delusi e Sam risponde ripercorrendo con l’emozione più che con la ragione i pericoli che ha corso, i mostri che ha incontrato, le meraviglie che ha visto, le sofferenze che ha patito. È con un pianto, più che con un grido, che volge al termine l’Età di Mezzo. Il mondo si trasforma: ma i fiori sono sempre gli stessi, sempre la stessa è la voce del vento nella foresta, le stelle brillano sempre nel cielo come gemme d’argento. Si chiude la Terza Era, declinano gli dèi e gli eroi, e sorge l’uomo, solo con la nuda spada nel suo pugno.

Sono numerosi i libri ispirati al ciclo de Il Signore degli Anelli, uno dei maggiori del secolo scorso che ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura fantastica internazionale. Un’impronta che ha interessato anche la “settima arte”, visto che dalle pagine immaginifiche della poderosa opera tolkieniana sono state effettuate delle trasposizioni cinematografiche di grande successo sia di pubblico che di critica. Tuttavia nel quadro assai ampio e variegato dei lavori ispirati all’universo creato da questo padre nobile del fantasy, ci si imbatte talora in lavori davvero originali e d’elevato valore letterario. E’ il caso di Ricordi di un Hobbit, testo teatrale scritto da due fra i maggiori esperti di letteratura dell’immaginario, nonché profondi conoscitori dell’opera del professore di Oxford: Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Un’opera drammaturgica, dunque, che è stata già rappresentata in teatro con lusinghiero successo, riscotendo critiche ampiamente positive. Ma com’è, a uno sguardo più attento, questo Ricordi di un Hobbit, e in che modo e misura si ricollega al cosmo narrativo de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit? Come noto Tolkien, professore di filologia e grande esperto di lingua e letteratura inglese, volle attraverso la sua vasta produzione, edificare un mondo immaginario, la Terra di Mezzo, in cui ambientare le sue storie fantastiche.

Un luogo remoto nello spazio e nel tempo, una sorta d’altrove mitologico popolato da creature leggendarie: gli hobbit, i nani, gli elfi e tutti gli altri esseri del suo grande ciclo narrativo.

Ora l’opera dei due autori romani s’inserisce a pieno titolo nell’ortodossia tolkieniana, senza però mancare d’una decisa connotazione d’originalità. Infatti il testo non si limita a ricreare le suggestioni e le atmosfere delle opere da cui prende il suo principale motivo ispiratore, ma le sviluppa in un’ottica in divenire. Si tratta perciò d’una naturale prosecuzione cronologica dei fatti e delle vicende che vi si narrano: un possibile e verosimile – per quanto possa esserlo un’opera di fantasia – sequel. Un obiettivo ambizioso, pieno di insidie al pari della via per Mordor , quello che si sono dati i due autori: un obiettivo che però, al netto del valore artistico ed estetico del libro, sembrano aver conseguito con pieno successo.

Tanto più che come dicevamo, la sfida affrontata non era delle più semplici. Il cosmo narrativo di riferimento è infatti assai complesso, e il livello della sua scrittura raggiunge vette olimpiche. Tuttavia de Turris e Fusco, forti d’un antico sodalizio professionale, e dotati di penne talentuose e sensibilità liriche di tutto rispetto, oltreché d’una conoscenza a tutta prova dell’opera dello scrittore britannico, si sono dimostrati capaci d’una performance letteraria d’alto profilo e hanno affrontato, come già detto, il compito, quanto mai spinoso, di scrivere un’opera ispirata ad un’altra (di statura assoluta) senza deludere le attese e mantenendo un’identità precisa all’interno d’un canone, quello di riferimento, trai più rigorosi, e quindi difficile da osservare senza incorrere nel rischio di scadere nel grottesco o peggio nel Kitsch. Inoltre il fatto che l’opera in questione sia di tipo teatrale non deve in alcun modo stupire, poiché Tolkien nei suoi scritti ha fatto spesso ricorso, in modo ricercato e suggestivo, al soggetto lirico. Ne sono chiarissimi esempi: Il canto dell’Anello e Aiuto Bombadil! (La compagnia dell’Anello), IL Canto della marcia degli Ent e Il canto di Durin (Le due Torri), La carica degli Oerlingas (Il ritorno del Re) ecc. Così de Turris e Fusco, guardando con occhi attenti all’edificio tolkieniano, hanno costruito con scienza e sapienza, un dramma dall’incedere potente, intessuto con abile intreccio narrativo in cui s’alternano, in un continuo gioco di prospettive, i vari personaggi. Una drammaturgia poetica, per dirla con Quirino Principe (cui si deve l’ottima presentazione al testo), dal timbro epico, che echeggia il clangore dell’acciaio e il rombo del tuono, che si fa sublime affresco narrativo della selaggia Terra di Mezzo, e che scuote l’animo del lettore coi suoi cori possenti intrisi d’un vitalismo primigenio.

Uno scritto potente, dicevamo, un dramma che si sviluppa vigoroso dalle memorie dell’ormai anziano ma non domo Sam Gangee. Un libro denso e coerente con un grande retaggio letterario, che riporta in vita, come ad opera d’un antico sortilegio, i personaggi dell’epica di Tolkien: Frodo, Sam, Gandalf, Aragorn, Elanor Gangee. Una narrazione che si fa poesia, musica di parole, inno e suprema liturgia della Terra di Mezzo. Ma la grande ruota continua a girare, e su tutto grava melanconica l’ombra della rimembranza, mentre la notte s’avvicina colle sue avanguardie oscure. Il giorno muore in un estremo fulgore sanguigno e con esso la favolosa Terza Era.

Massimiliano Gobbo

Sebastiano FuscoGianfranco De Turris

GLI AUTORI

Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco sono due giornalisti e scrittori romani. Sono nati entrambi all’inizio del 1944, a un mese e mezzo l’uno dall’altro e, quando si sono conosciuti tramite un amico comune all’epoca del liceo, abitavano nella stessa via, a poche decine di metri di distanza. Collaborano da oltre cinquant’anni: il loro primo articolo a doppia firma uscì nel 1962 sulla rivista romana “Oltre il Cielo” e suscitò scalpore: trattava dello “scandalo delle traduzioni” in italiano dei romanzi di fantascienza, che si dimostrava essere tagliate, censurate e manipolate senza alcun rispetto né degli autori né dei lettori. Più di mezzo secolo è un discreto spazio di tempo: lo hanno riempito centinaia e centinaia di articoli, libri, saggi, conferenze e impegni d’ogni genere nel settore della cultura. Soltanto limitatamente alla letteratura fantastica, il catalogo specializzato cui diede inizio il compianto Ernesto Vegetti e che oggi si trova in rete, conta oltre 250 saggi di varia dimensione usciti col doppio nome. A questi vanno aggiunti quelli scritti con pseudonimo e, ovviamente, quelli a firma singola. E si parla solo di fantascienza: se si aggiungono gli scritti di esoterismo, argomenti “misteriosi” e “strani” di ogni tipo, divulgazione scientifica, politica, costume e quant’altro, si supera largamente il migliaio di titoli. Su questa base è nata in pratica la critica fantascientifica in Italia: de Turris e Fusco sono stati i primi a prendere in esame la science fiction, che negli anni Sessanta del secolo scorso era considerata indegna d’altra attenzione che non fosse denigratoria da parte della cultura ufficiale, utilizzando gli strumenti sia della normale analisi letteraria, sia altri strumenti critici considerati eterodossi come l’analisi mitico-simbolica. In questo ruolo di “pionieri”, hanno fatto emergere le figure di autori che all’epoca non erano presi in alcuna considerazione dalle nostre “accademie” e che poi sono divenuti famosissimi. Due soli nomi: H.P. Lovecraft e J.R.R. Tolkien, dei quali per primi in Italia hanno scritto un profilo critico, pubblicato nel 1969 sull’enciclopedia Arcana, edita da Sugar, autori dei quali nei decenni successivi hanno curato, introdotto o tradotto vari testi. Del primo ricordiamo: I miti di Cthulhu, Nelle spire di Medusa, Sfidia dall’infinito per Fanucci, Il Guardiano dei Sogni per Bompiani, L’orrore della realtà per Mediterranee, Teoria dell’orrore per Bietti; del secondo: Il medioevo e il fantastico, I figli di Hurin, La saga di Sigurd e Gudrun, La caduta di Artùper Bompiani, Sir Gawain e il Cavaliere Verde per Mediterranee. Sulla base delle loro comuni esperienze, hanno diretto per dieci anni (1971-1980) le collane dell’editore romano Fanucci. Le loro introduzioni e interventi critici a corredo dei diversi volumi — un centinaio — superano le mille pagine: le novità interpretative che offrivano ai lettori degli anni Settanta provocarono grandi polemiche — soprattutto sul versante politico — ma anche grande interesse. Una loro scelta a cura di Luca Gallesi è nel volume Le meraviglie dell’impossibile (Mimesis, 2015). Fra i libri scritti insieme, Obiettivo sugli UFO (Mediterranee, 1975), H.P. Lovecraft (La Nuova Italia, 1979),L’ultimo demiurgo (Solfanelli, 1989), Il simbolismo della spada (Il Cerchio, 1990), la pièce teatrale ispirata alla Terra di Mezzo Ricordi di un Hobbit (Tabula fati, 2015).