Recensione: “Il richiamo del corno” (The Sound of His Horn, 1952) di Sarban

Recensione di Silvia TrevesIl richiamo del corno1943: Alan Querdilion, militare inglese fuggito da un campo di prigionia tedesco, cammina di notte e di giorno si nasconde nei boschi. Una sera, delirante per la fame e la sete, scorge una luce nella foresta. Nel tentativo di raggiungerla penetra oltre una sorta di barriera luminescente. Stordito, si risveglia in ospedale. Il luogo pare molto isolato e circondato di foreste rigogliose che, di notte sono percorse da cavalieri che galoppano al suono di corni. Una delle infermiere gli rivela, in tono reverenziale, che si tratta della Compagnia di caccia guidata dal Conte Hans Von Hackelnberg, proprietario della tenuta e Gran Maestro delle Foreste del Reich. Esaminato da un medico, l’inglese apprende di trovarsi nell’anno 102 del primo millennio germanico, secondo il calendario riformato dal primo Führer del Reich, Adolf Hitler. Il medico liquida i suoi ricordi del 1943 come sintomi di un’amnesia e di allucinazioni provocate dai raggi Boelen che percorrono la barriera che difende la tenuta. Le infermiere, gli spiega il medico, sono di «pura razza germanica […] se si educano bene le bambine tedesche l’obbedienza è un fatto automatico». I ragazzoni docili e muti che compiono i lavori domestici, invece, sono schiavi slavi ai quali sono stati asportati organi inutili come le corde vocali.  Nella vastissima tenuta, che visita in compagnia del medico, lavorano anche giovani e arroganti guardiacaccia che paiono il prototipo del giovane nazista e un gran numero di schiave e serventi. Lo Schlöss del Conte è «una sorta di capriccio medievale, una contorta e indecifrabile fantasmagoria» dove non c’è posto per nuove tecnologie, nemmeno per l’energia elettrica: schiavi e schiave soddisfano ogni necessità e ogni capriccio del Conte e dei suoi ospiti che si dedicano svogliatamente alla caccia e molto più volentieri alla crapula.  Durante l’esplorazione Querdilion assiste a una caccia: le prede sono giovani donne, abbigliate soltanto con lunghe code piumose e maschere a becco d’uccello, che corrono instancabili inseguite da ragazzi schiamazzanti mascherati da babbuini e da creature miagolanti e ringhianti che, come scoprirà in seguito, non sono affatto cani. Altre e ancora più crudeli sorprese attenderanno l’inglese durante la visita del castello, quando potrà spiare la cena del Signore della Caccia…

Titolo: Il richiamo del corno tradotto anche col titolo Caccia alta | Autore: Sarban | Titolo originale | The Sound of His Horn, 1952 | Pagine: 191 | Traduttore: R.Colajanni | Editore: Adelphi  (collana Fabula) | Per tutte le altre edizioni clicca QUI

Mettendo da parte per un attimo il problema della sua collocazione letteraria (Fantasy? Sci-Fi? Ucronia?), The Sound of His Horn è innanzitutto un romanzo strano e inquietante, pieno di creature ibride frutto di selezione artificiale e di interventi chirurgici; il mondo della storia è lo sviluppo estremo di alcune caratteristiche del pensiero e delle fantasie naziste, che comprendono non soltanto il razzismo – talmente conclamato da risultare quasi sottotraccia – ma la brutalità capricciosa, il sessismo, la misoginia, il mito superomista e, non ultimo, il piacere «virile» della caccia. L’autore racconta la vicenda con uno stile curato e molto british, riempiendola di dettagli concreti che le conferiscono la realtà di un vividissimo sogno.

Sarban (John William Wall)

The Sound of His Horn, pubblicato nel 1952 e firmato sotto pseudonimo da un diplomatico inglese – che, senza amarlo e continuando a sognare la campagna inglese, percorse in lungo e in largo il Medio Orientefu uno dei primi romanzi di storia alternativa ambientato in un mondo dove i nazisti hanno vinto la Seconda guerra mondiale, sebbene sia più un fantasy che una storia di ucronia. Nella tenuta, mondo racchiuso e celato dalla barriera, la logica razionale del dominio e le fantasie sadiche si mescolano inestricabilmente: i dissidenti diventano prede da cacciare, la paura rende i dominati fedeli fino alla denuncia e all’autodenuncia, gli schiavi sono trasformati in proprietà mute, le schiave vengono usate come statue che reggono le torce durante il banchetto. Il romanzo è un unicum impossibile da situare in un genere; benché ambientato in un mondo distopico nel quale i nazisti hanno vinto, manca di un chiaro momento storico di divergenza dal nostro, a partire dal quale i due universi si allontanano uno dall’altro. Più volte nel corso della storia Querdilion tenta di spiegare la sua terribile avventura come un periodi di insanità mentale dal quale si è risvegliato in un «mondo sano». Con il fantasy, d’altra parte il romanzo è apparentato per la struttura feudale, il setting medievale (che però è una scelta del Conte e non implica una società a bassa tecnologia) e la passione per la caccia.

Quest’ultimo aspetto è più importante di quanto un lettore italiano possa pensare a tutta prima: il piacere della caccia come sport collettivo, sociale, fu alla base delle società anglosassoni e nordiche, molto più che di quelle latine, condiviso fin dall’antico medioevo e glorificato dai nazisti (Goering, il vero Gran Maestro delle Foreste del Reich finanziò costosi – e inutili – studi di selezione artificiale per ripopolare la propria tenuta di Carinhall con gli Uri, i bovini con le corna a luna dipinti sulle pareti delle caverne preistoriche, completamente estinti oltre 500 anni*). Ma anche gli inglesi considerano la caccia un’attività tipica e sacrosanta della nobiltà di campagna: il romanzo comincia proprio, con una discussione sul valore della caccia. Nel corso del romanzo questo «sport» sfumerà da sana attività, soprattutto maschile, compiuta da un’allegra brigata guidata dalle note del corno, sempre più nella caccia selvaggia, un mito antico, originario della Germania e della Britannia e condiviso, con nomi differenti, dall’intera cultura di origine indoeuropea che si colora di significati demoniaci.

La storia ha comunque una forte implicazione soprannaturale: la figura del Conte, oltre che a Goering si rifà direttamente a uno dei conduttori tradizionali della Caccia selvaggia in Germania: un nobile «non morto» chiamato Conte Hackelnberg e condannato alla caccia eterna a causa del cattivo comportamento avuto in vita.

sound his horn

Il romanzo ai tempi della pubblicazione ebbe un piccolissimo successo di nicchia in patria ma venne più volte ripubblicato negli stati Uniti dopo la lusinghiera recensione di Kingsley Amis che ne mise in evidenza il sapore fetish davvero inconsueto per l’epoca: le donne trattate come prede, inseguite da uomini e creature selvagge, la nudità selettiva delle ragazze. Questo tratto potrebbe apparentarlo all’heroic fantasy o al sottogenere definito Nazisploitation, nel quale perfidi nazisti commettono crudeltà contro donne senza difesa ma, francamente, il romanzo mostra scene angosciose destinate a spegnere anziché attizzare l’eccitazione sessuale.

Va aggiunto, infine, che Wall fu un autore poco prolifico, o come egli stesso si autodefinì, «pigro». Lavorò ai suoi testi per tutta la vita pubblicando, oltre al romanzo, soltanto altre due antologie che – dicono i critici anglosassoni – per quanto interessanti non ne raggiunsero mai la vitalità cupa e onirica. Ebbe sempre idee non convenzionali, protofemministe, e un’inclinazione, oggi diffusa ma allora insolita, a esplorare i cambiamenti di prospettiva di genere.

La Fantascienza e in particolare l’Ucronia hanno più volte esplorato l’eventualità che il terzo Reich avesse vinto la seconda guerra mondiale. Il primo titolo che viene alla mente è The Man in the High Castle, di P.K. Dick, ma si merita una citazione il notevolissimo La notte della Svastica di Katharine Burdekin. È stata recensita su LN e vi invito a leggere la recensione qui.

Vale comunque la pena di ricordare anche Keith Roberts che, nella novella Weihnachtsabend, tocca in maniera molto differente due temi del romanzo di Sarban: la possibilità di una realtà alternativa, nella quale i nazisti non abbiano perso la Seconda guerra mondiale e la Caccia. Purtroppo in Italia l’opera è attualmente introvabile, è stato pubblicato molti anni fa nella grande prima serie di Robot, ma i volumi sono in mano a un numero ristretto di appassionati (tra essi la sottoscritta).

Anche questa è una storia difficile da catalogare, che l’autore narra con notevole maestria consentendo al lettore di esplorare quello che sembra un mondo di fine anni Sessanta, nel quale la Germania e il Regno Unito – che hanno firmato un trattato di pace già nel 1940 – sono due Imperi alleati e paritari. Spostando il punto di vista in maniera quasi impercettibile, l’autore riesce a mostrarci le crepe di questa alleanza e le divisioni interne, e contemporaneamente la prontezza con la quale l’Inghilterra ha accettato di essere «nazificata». Piano piano anche il lettore diWeihnachtsabend comincia a chiedersi in quale universo stia vivendo. Nel racconto più volte ritornano il tema della Caccia, il disprezzo di chi detiene il potere verso i sottoposti, le donne in primis.

Per chi volesse sapere di più sulla Caccia Selvaggia indico questo sito:

https://wunderkammern.wordpress.com/2012/12/01/wild-hunt-o-la-caccia-selvaggia/

* L’ultimo uro, anzi ura, morì nel 1627 in Polonia. L’uro di Heck, cioè il risultato incompleto del lavoro dei genetisti di Goering ha dato discendenti che vivono attualmente in Polonia, Belgio e Paesi Bassi. Con un certo orgoglio nazionale segnalo il successo del progetto internazionale «Tauros», che nel 2010, anche grazie a genetisti italiani ha fatto ri-nascere a Portici il primo Uro recuperando i frammenti di DNA dei discendenti del bos taurus Primigenius.

Silvia Treves